"Io, i magistrati e la morte". Gli ultimi pensieri di Craxi

"Io, i magistrati e la morte". Gli ultimi pensieri di Craxi

Gli appunti inediti dello statista nel volume di Spiri: “Mi manca l’Italia, mi costringono a spirare in esilio”

La libertà, i pm e la morte. Appunti. Carte volanti. Riflessioni manoscritte. È un Bettino Craxi furioso e insieme consapevole del proprio destino quello che emerge dai documenti inediti anticipati dal Giornale e contenuti nel libro di Andrea Spiri L’ultimo Craxi. Diari da Hammamet, in uscita domani da Baldini & Castoldi.

Un primo blocco di frasi è un tentativo di guardarsi allo specchio senza retorica e con spietata lucidità. Il potere non c’è più, la corte di adoratori si è dileguata, il leader socialista combatte ormai per la sopravvivenza lontano dall’Italia. Una condizione difficilissima che Craxi riassume con alcune annotazioni in cui riversa tutti i suoi stati d’animo: «Chi conosce la storia sopporta meglio il peso delle ingratitudini, delle viltà, dei tradimenti. Tanti amici mi hanno tradito e voltato le spalle. È capitato a tanti prima di me nella storia. Tanti altri invece mi hanno conservato la loro solidarietà e il loro affetto».

Molti vanno a trovarlo in Tunisia, alcuni sono spariti. Fa parte delle dinamiche della vita, ma Bettino soffre per la famiglia: «Sono dispiaciuto – scrive a ottobre 1996 – per la mia famiglia costretta a subire la mia stessa sorte». E ancora: «Non ho nessun grande progetto, nelle condizioni in cui mi trovo sarebbe una velleità vera e propria. Quando penso al futuro, penso innanzitutto alla morte. Lo faccio con serenità».

Inutile illudersi. L’uscita di scena si avvicina nella gabbia di Hammamet, malattie, umiliazioni e sofferenze si susseguono senza soluzione di continuità. Sì, il sipario sta per scendere l’ultima volta.

E l’ex capo del governo si dispera: «Ho grandissima nostalgia dell’Italia, ingigantita dalla sensazione che non ci potrò mai più tornare. Mi condannano a morire in esilio».

L’unica soluzione sarebbe consegnarsi in manette alla giustizia italiana che gli dà la caccia. Un’idea che Craxi rifiuta, fra orgoglio e paura: «Andreotti è senatore a vita, io non potevo fare come lui, rimanere in Italia nel tentativo di provare la mia innocenza. La mia vita l’avrei dovuta difendere e probabilmente l’avrei persa».

Craxi, come emerge da diverse testimonianze, teme di fare la fine di Moro, si sente braccato, non si fida dei giudici, anzi pensa di essere davanti a veri e propri plotoni di esecuzione.

In un manoscritto finora sconosciuto, conservato sempre negli archivi della Fondazione Craxi e ritrovato da Spiri, il leader socialista racconta un episodio allarmante: «Io, mia moglie, i miei figli, un mio avvocato, diversi miei collaboratori subimmo una ventina circa di perquisizioni notturne, talvolta simulate da furti nelle nostre abitazioni, uffici, case di campagna».

Siamo, secondo Bettino, alla persecuzione. È una caccia a strascico. Altro che consegnarsi ai propri carnefici. E poi ci sono i suicidi che hanno insanguinato Mani pulite, la gogna in prima pagina, i presagi della fine.

Sulla spiaggia di Hammamet, con lo sguardo rivolto all’Italia, Craxi fissa alcuni punti del suo corpo a corpo estenuante con l’apparato giudiziario. Sono ragionamenti brevi, possibili spunti, quasi titoli di altrettanti capitoli che non vedranno mai la luce. Ma sono anche le tappe del suo calvario, fra procedimenti, arresti, anni e anni di pene. «L’uso violento del potere giudiziario». E ancora: «Gli arresti illegali». Non basta: «Le discriminazioni negli arresti – nelle detenzioni». E poi: «L’orologeria politica rispetto alle scadenze di governi nazionali, regionali, locali». L’elenco delle storture è interminabile: «Violazioni sui diritti umani». E subito dopo: «Rapporto illegale e perverso con la stampa». Spiri, professore di Storia dei partiti politici alla Luiss, ha raccolto moltissimo materiale e ci accompagna nelle diverse fasi del Craxi «tunisino».

In un primo momento, Bettino coltiva la speranza di poter risalire la china. L’eterna questione giudiziaria si mischia con i problemi di salute. Il diabete lo tormenta, un piede è aggredito dalla malattia anche se Di Pietro parlerà sbrigativamente di «foruncolone». E però Craxi non si arrende e a marzo ’97 immagina ancora un futuro che non ci sarà, un ritorno alla condizione fisica precedente: «Sono diventato un po’ fragile e mi sento affaticato, ma mi darò da fare per rimettermi in forma. Conto presto…».

Quei puntini dovrebbero essere un ponte verso il domani, ma il countdown corre inesorabile verso la fine: mancano meno di tre anni all’epilogo. E i disturbi si moltiplicano. Il cuore è logorato, ma intervenire in Tunisia è un azzardo. Poi spunta il tumore che si somma al diabete e a tutto il resto. Si tenta in extremis di farlo tornare a casa, ma la magistratura milanese non cambia posizione: nessuno sconto o altro. Craxi dovrà andare al San Raffaele da detenuto. Niente da fare. La possibile mediazione fallisce. L’ultimo intervento chirurgico si svolge all’ospedale di Tunisi, in una situazione precaria: un infermiere tiene la lampada.

E quei pensieri diventano la colonna sonora dell’addio: «Ho grandissima nostalgia dell’Italia, ingigantita dalla sensazione che non ci potrò mai più tornare. Mi condannano a morire in esilio». O da latitante, secondo il linguaggio delle toghe. Il 19 gennaio 2000 la profezia si avvera. Bettino Craxi muore ad Hammamet.

Articolo tratto da: politica "Io, i magistrati e la morte". Gli ultimi pensieri di Craxi