Quando Keynes "corresse" il Trattato di Versailles E vide il futuro dell'Europa

Quando Keynes "corresse" il Trattato di Versailles E vide il futuro dell'Europa

Nel 1919 John Maynard Keynes – il cui nome sarebbe diventato celebre come «padre» della macroeconomia e come sostenitore di una politica fondata sull’intervento pubblico in particolare nelle fasi di gravi crisi dei cicli economici – venne inviato a Parigi alla Conferenza della Pace come rappresentante del ministero del Tesoro inglese. A quell’epoca Keynes era ancora un giovanotto, a detta di chi lo conobbe, non particolarmente affascinante né di buon carattere, ma di belle speranze. Aveva da poco superato i trent’anni, essendo nato nel 1883, ma si era fatto apprezzare e conoscere come promettente economista tanto che nel 1912 gli era stata affidata la direzione di una rivista prestigiosa, l’Economic Journal. La sua formazione culturale – come ha osservato l’economista danese Jesper Jespersen in un rapido saggio introduttivo al suo pensiero dal titolo John Maynard Keynes. Un manifesto per la «buona vita» e la «buona società» (Castelvecchi) – era vasta ed eclettica, collocandosi «all’incrocio tra la filosofia (in particolare l’epistemologia), la politica e l’economia». Aveva fatto parte degli «apostoli» che ruotavano attorno al filosofo George Edward Moore e a Bertrand Russell e che costituivano il nucleo di quel gruppo informale di intellettuali noto come Circolo di Bloomsbury che, in spirito di contestazione dei principi ispiratori dell’epoca vittoriana, vivevano una esistenza quasi bohémienne, provocatoria, sessualmente trasversale, guardata con orrore e ripugnanza dalla borghesia benestante del tempo. Di questo sodalizio esclusivo fecero parte personalità destinate a lasciare il segno, da Virginia Woolf a Edward M. Forster, da Giles Lytton Strachey a Clive Bell, da Roger Fry ad Adrian Stephen e via dicendo.

La frequentazione di questo ambiente da parte di Keynes ne spiega sia, durante il conflitto, i tormenti di pacifista costretto a lavorare per lo sforzo bellico, sia, nell’immediato dopoguerra, lo spirito con cui prese parte alla Conferenza per la pace di Parigi. È sintomatico quanto scrisse a uno dei suoi amici del Circolo di Bloomsbury, il pittore Duncan Grant: «Lavoro per un governo che disprezzo e il cui obiettivo è criminale». Ed è sintomatico, ancora, il fatto che egli decidesse, sia pure in preda a un profondo travaglio interiore, di rassegnare le dimissioni dal Tesoro e di abbandonare i lavori nel giugno 1919 prima ancora della firma del Trattato con queste motivazioni espresse in una lettera a Lloyd George: «Qui non posso più fare nulla di buono. Anche in queste angosciose ultime settimane, ho continuato a sperare che trovaste il modo di fare del trattato un documento giusto e conveniente. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta».

Per Lloyd George non nutriva nessuna simpatia, anche se in seguito sarebbe stato chiamato a collaborare con lui e avrebbe attenuato il suo giudizio negativo: lo considerava quasi una creatura mostruosa, per metà umana e per metà caprina, uscita dalle nebbiose montagne gallesi, attorno alla quale si avvertiva un «profumo di assoluta amoralità, di irresponsabilità interiore, di esistenza estranea o distaccata dal bene e dal male, un misto di astuzia, mancanza di rimorsi, sete di potere».

Pochi mesi dopo le dimissioni, Keynes, sempre nel 1919, pubblicò il saggio Le conseguenze economiche della pace, che fece registrare un clamoroso successo di vendite e che, soprattutto – lo si riconosca o meno poco importa – ebbe parte notevole nella progressiva delegittimazione del Trattato di Versailles. La tesi centrale del saggio era che la pace imposta dal Trattato avrebbe completato la distruzione economica dell’Europa già operata dalla guerra. Il Trattato non conteneva disposizioni utili per risollevare economicamente l’Europa: non c’era nulla in esso che giovasse a «mutare in buoni vicini gli Imperi centrali sconfitti; né a recuperare la Russia» e neppure a «promuovere in alcun modo un patto di solidarietà fra gli stessi Alleati». Esso era deprecabile anche dal punto di vista morale, essendo «odiosa e ripugnante» la politica volta a «ridurre la Germania in servitù per una generazione» e a «degradare la vita di milioni di esseri umani privando un’intera nazione della felicità».

La critica di Keynes non si esaurì con il volume Le conseguenze economiche della pace – che, per inciso, provocò in Francia una immediata «risposta» da parte dello storico ufficiale dell’Action Française, Jacques Bainville, con il libro intitolato Les conséquences politiques de la paix (1920) – ma proseguì con una analisi serrata. Alla fine del 1921, infatti, egli dette alle stampe un nuovo saggio dal titolo La revisione del Trattato che riprendeva e sviluppava i temi del libro precedente e le proposte di revisione del Trattato che vi aveva anticipato. Questo nuovo volume, subito tradotto in Italia con una prefazione di Claudio Treves, è stato ora riproposto dall’editore Aragno (pagg. XVI-228, euro 20) sulla base di quella edizione con l’aggiunta di una nota di Vittorio Lancieri. Per quanto sia meno conosciuto di Le conseguenze economiche della pace, questo saggio è altrettanto importante perché, tenendo presenti i successivi incontri diplomatici e analizzando in maniera critica le soluzioni adottate o prospettate in tema di riparazioni economiche e debiti interalleati, svela gli errori progettuali di un trattato che, nato sulla base di una ideologia soltanto punitiva, era «pazzesco, ineseguibile e pericoloso per la vita europea».

Pur riconoscendo che il Trattato, il quale «oltraggiava la Giustizia, la Pietà e la Saggezza», rappresentava comunque «la volontà del momento dei paesi vittoriosi», Keynes avanzava previsioni fosche per il futuro dell’Europa in mancanza di una revisione sostanziale dei termini del Trattato stesso in tema di abolizione o riduzione delle riparazioni economiche e dei debiti interalleati. Egli faceva notare come, in fondo, nel biennio precedente la pubblicazione del volume, «nessun punto dei Trattati di Parigi» era «stato realmente eseguito, tranne quelli relativi alle frontiere e al disarmo» e aggiungeva che proprio questa situazione aveva consentito che non si fossero materializzati «molti dei mali» da lui previsti «quali conseguenze dell’esecuzione del capitolo delle Riparazioni». In altre parole, lasciava intendere che, insistendo su quella che i francesi definivano «politica di esecuzione», non sarebbe stata possibile una ripresa economica, e non solo economica, della Germania e della stessa Europa. L’impossibilità di pagare ai vincitori le riparazioni avrebbe, anzi, potuto innescare reazioni imprevedibili.

L’analisi di Keynes si è rivelata profetica. Ma la sua critica non era l’unica. Un altro economista, questa volta italiano, Francesco Saverio Nitti, nel 1921 pubblicò il libro L’Europa senza pace che definiva il Trattato come «modo di continuare la guerra» e ne denunciò lo spirito volto a «soffocare la Germania» e a «smembrarla», minandone l’unità economica e l’unità politica. E val la pena di rammentarlo, Keynes, proprio insieme a Nitti, nell’anno del centenario della Conferenza della pace.

Articolo tratto da: attualita Quando Keynes "corresse" il Trattato di Versailles E vide il futuro dell'Europa